TESORO CALABRIA: UN PARADISO DA DIFENDERE E VALORIZZARE PER CREARE RICCHEZZA E LAVORO

Se 23 milioni di anni fa avessimo fatto il bagno lungo le coste calabresi, accanto alle spiagge di Diamante, Rossano, Soverato, Scilla, avremmo avuto a pochi chilometri di distanza quelle di Portofino, Montecarlo, Cannes, Porto Cervo, della Costa Smeralda che avremmo raggiunto in meno di mezz’ora. Infatti in quell’era geologica (chiamata Miocene) la Calabria era unita, insieme alla Sardegna e alla Corsica, alle coste della Liguria ed era incastonata nelle Alpi.

Ma poi un evento geologico importante stravolge quel quadro geografico del Mediterraneo:  l’Africa inizia ad avvicinarsi all’Europa e la Calabria, la Sardegna e la Corsica, schiacciate dall’enorme morsa Africa-Europa vengono stritolate e, come spremute da un tubetto di dentifricio, vengono sradicate dalle Alpi e trasportate  per  centinaia e centinaia di chilometri fino alle posizioni attuali. Durante il tragitto, circa 5 milioni di anni fa, la Sardegna e la Corsica fermano il loro cammino nella posizione che occupano ora, distaccandosi dalla Calabria che continua il suo viaggio terminato “solo” 700 mila  anni fa.

Da questa “passeggiata” geologica derivano i principali rischi naturali (frane e terremoti) che affliggono da sempre la nostra regione: la morsa Africa-Europa entro cui è attanagliata la Calabria  ha provocato la rottura delle rocce calabresi lungo quelle gigantesche, chilometriche fratture – dalle quali la regione è attraversata in lungo e in largo – che i Geologi chiamano “faglie”.  Le faglie, oltre a produrre terremoti, frantumano minutamente le rocce calabresi fino a macinarle, polverizzarle: quelle che una volta erano rocce diventano così terreni friabili e scadenti che, assorbendo acqua in occasione di piogge intense, si saturano e franano diffusamente. Terremoti e frane, oltre a falcidiare migliaia e migliaia di vite umane, hanno pregiudicato lo sviluppo socio-economico della regione al punto di rappresentare una delle principali cause d’emigrazione. L’emblema, l’icona della nostra Terra è stato in passato il tipico pianto, catturato da sbiadite fotografie in bianco e nero, di calabresi disperati, terrorizzati e inermi rispetto alle calamità, viste come “castigo di Dio”. Quell’icona continua ancora per inerzia culturale a rappresentare, agli occhi del resto d’Italia, e non solo, l’emblema della nostra Terra. Nonostante oggi la più moderna tecnologia fornisca i mezzi per sconfiggere il rischio idrogeologico e ridurre drasticamente il rischio sismico, continuiamo ad essere terrorizzati dalle calamità naturali, pur costruendo imperterriti nelle frane e nei fiumi e realizzando con cemento depotenziato edifici, ponti, gallerie incapaci di resistere ai terremoti… e poi continuiamo a piangere. Ed ecco affiorare in tutto il suo splendore il masochismo tipicamente calabrese che si manifesta non solo con le calamità ma in tutti gli altri ambiti della nostra società.

Eppure proprio da quella straordinaria e affascinante storia geologica, studiata sui testi di Geologia delle maggiori università del mondo, ci ha regalato una concentrazione di immense risorse che fanno della Calabria una regione fortunatissima, baciata da Dio. Sotto le frane e le alluvioni non restano solo case, scuole e strade di un territorio che può e deve essere messo in sicurezza, ma il futuro della nostra Terra.

Ha fatto sì che diventasse una regione tra le più belle al mondo, un vero Paradiso dai paesaggi unici e straordinariamente diversi: a distanza di una manciata di chilometri si passa dalle alte vette del Pollino – simili alle Dolomiti anche se più belle e selvagge – e  della Sila, delle Serre e dell’Aspromonte – che insieme formano il più bel tratto d’Appennino lungo il quale a Gambarie d’Aspromonte ricade l’unica pista da sci al mondo che affaccia sul mare (lo splendido scenario dello stretto di Reggio-Messina) – alle colline che pur ricordando quelle del Chianti sono più varie nella morfologia, alle magiche spiagge che passano rapidamente dal chiaro caraibico di Tropea, Capo Bruzzano, allo scuro hawaiano e selvaggio della Costa Viola, alla morfologia di ampi tratti delle coste tirreniche che niente hanno da invidiare alla Costa Azzurra, alle sconfinate spiagge della sibaritide, alle falesie di Cetraro. I paradisiaci parchi del Pollino, il più grande d’Italia, della Sila, dell’Aspromonte e delle Serre, insieme alle riserve naturali e alle aree protette tutti insieme coprono una superficie complessiva di ben 591.991 ettari (oltre un terzo della superficie dei 1.522.200 ettari dell’intera Calabria). Posti incantevoli sui quali “defecano” improbabili depuratori o si accumulano montagne di spazzatura, che rappresentano il problema principale del nostro turismo.

Siamo baciati da Dio anche per le acque: quelle stesse straripanti acque che mietono frane e alluvioni, infiltrandosi nelle straordinarie e variegate rocce calabresi compiono un prodigio testimoniato dalle più accreditate riviste del settore: diventano le migliori acque minerali d’Italia di gran lunga superiori, per caratteristiche organolettiche e fisico-chimiche, a quelle mediaticamente molto più note del resto d’Italia. Tante ottime acque straordinariamente assortite: da quella che contiene meno sodio della nota acqua pubblicizzata dalla solitaria particella, a quella in cui è disciolto meno residuo fisso delle acque dell’uccellino, della miss e del calciatore, a quella ancor più ricca in elementi indispensabili per la crescita rispetto all’altra acqua che molte mamme, consigliate da discutibili neonatologi, si ostinano a comprare in farmacia al costo di 2 euro al litro (!). Ogni sorgente porta i segni di quella storia geologica straordinaria della nostra regione.

Le nostre abbondanti acque pur essendo le migliori d’Italia e tra le migliori al mondo, sono mal pubblicizzate: è assurdo aver visto, nel cuore della Sila (a Camigliatello), un assetato sciatore calabrese chiedere al barista una bottiglia di una nota “altissima e purissima”  acqua nazional-popolare, ignaro che intorno a lui abbondano sorgenti naturali d’acqua – che scorre gratuitamente senza trattamento alcuno, anche dai rubinetti del bar – infinitamente più pura e immacolata…. Acqua “altissima e purissima” trasportata da aerei e navi cargo provenienti dal nord-Italia, che ci passano beffardamente sotto il naso, e destinata all’assetato ed emergente vicinissimo nord-africa o al ricco medio-oriente.

E poi le acque termali tra le migliori d’Europa e per tutti i gusti: da quelle solfuree salsobromoiodiche di Guardia Piemontese – Acquappesa, a quelle bicarbonato-alcaline della Sibaritide, a quelle salsoiodiche del crotonese, a quelle bicarbonato-alcaline-terrose-solfuree di Lamezia Terme, a quelle salsoiodiche-solfuree di Galatro, a quelle bicarbonato-alcaline-solfuree di Antonimina. Eppure non solo queste acque sono completamente ignote agli italiani, ma molti Calabresi vanno a Salsomaggiore, a Fiuggi e a Saturnia per le cure termali….

E poi la materia prima per fabbricare le piastrelle in ceramica, il caolino, un minerale che abbonda tra i graniti della Sila, delle Serre e dell’Aspromonte, ambita meta di camion provenienti da Faenza e dintorni, che scendono fin qui per prelevarne ingenti quantitativi che serviranno per produrre le famigerate piastrelle faentine, commercializzate in tutto il mondo e vendute a noi calabresi a prezzi esorbitanti per rivestire i nostri pavimenti e i nostri bagni…. Eppure in Calabria non esistono fabbriche di piastrelle, tranne qualche effimero tentativo finanziato da qualche 488, fallito miseramente.

E poi i vini. Edoardo Gancia, titolare della nota casa vinicola, e Angelo Gaia, che ha costruito un impero economico nelle Langhe diventando il principale produttore di barbaresco, in occasione di un convegno tenutosi circa un anno fa ad Asti, mi riferivano stizziti che la varietà di terreni e di microclimi aveva regalato alla Calabria un potenziale viti-vinicolo invidiatoci da enologi di mezzo mondo, ma assolutamente inespresso, essendo utilizzato per non più del 10%. Non a caso qualche millennio fa ci chiamavamo Enotria. Lo stesso Gaia enfatizzava come l’istallazione nelle Langhe dei vitigni, avvenuto negli anni ’30,  oltre a rilanciare decisamente l’economia, disciplinando il deflusso delle acque superficiali abbia risolto l’atavico problema del dissesto idrogeologico che affiggeva un’ampia porzione del territorio piemontese. I nostri vini si stanno timidamente affacciando, con risultati incoraggianti, sul panorama nazionale e internazionale…. e chissà che proprio il ritorno ad Enotria, oltre a mitigare i rischi naturali, non rappresenti il volano per l’agognata inversione di tendenza che coinvolga anche altre preziosissime risorse inespresse? Anche perché, con i tempi che corrono, finita (finalmente) l’era dell’assistenzialismo, quando tra poco raschieremo il fondo del barile, dovremo fare di necessità virtù ed autosostentarci campando delle nostre risorse. E poi l’olio, il riso, i fichi, il bergamotto, il cedro, la cipolla rossa, gli agrumi e i prodotti della nostra pastorizia e tantissimo altro.

A questi doni della Natura si aggiunge il nostro infinito patrimonio storico-culturale che affonda le sue radici nella notte dei tempi. La Calabria è una regione dalla storia unica nel panorama italiano. Dalle prime tracce umane Paleolitiche – rinvenute nelle grotte di Praia a Mare e nella Grotta del Romito a Papasidero (graffito del Bos primigenius, una figura di bovide incisa nella roccia 12.000 anni fa), alle tracce dell’era dei metalli degli insediamenti di Torre Galli nei pressi di Vibo Valentia, della necropoli dell’età del ferro di Roccella Ionica, del villaggio protostorico del XI- X sec. a.C. di Calanna in cui sono stati ritrovati importanti reperti conservati nel Museo nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria. Poi irrompe il mito di Aschenez, pronipote di Noè, che giunse tre generazioni dopo il diluvio universale sulle sponde dove fu fondata Reggio. Più tardi circa 850 anni prima della guerra di Troia, sarebbero giunti in Ausonia (l’area attualmente occupata dalle province di Catanzaro, Vibo Valentia e Reggio Calabria), Enotrio e Peucezio, di stirpe enotria e pelasgica, originari del Peloponneso. Ad Enotrio sarebbe succeduto il figlio Italo (“uomo forte e savio”) che regnò sugli “Italòi” che popolavano l’Ausonia che avrebbe preso il nuovo nome di “Italia”, come riportano Tucidide e Virgilio (Eneide, III). Gli Ausoni, gli Enotri e gli Itali, avrebbero abitato prevalentemente le zone costiere, mentre l’entroterra della Calabria (chiamato in seguito dai Romani “Bruttium”), fu abitato principalmente dai Bruzi (di temperamento bellicoso, chiamati Brutti o Bretti). Il centro nevralgico di questo popolo era Consentia, l’attuale Cosenza, la quale venne eletta dalle tribù dei Bruzi, dopo essersi coalizzate in una lega, “capitale” della regione.

A questo periodo seguì lo sbarco dei Greci sulle coste calabresi, che fondarono – tra l’VIII ed il IV secolo a.C. – fiorenti colonie, così magnificenti da guadagnarsi l’appellativo di Magna Grecia (Grande Grecia), così importanti da superare, in alcuni casi, la stessa madrepatria. fiorirono lungo le coste numerose ed importanti città come Rhegion, Kroton, Locri Epizefiri, Metauros e Sybaris, e numerose sub-colonie come Kaulon, Hipponion, Medma, Terina e Scolacium. Quando la Calabria era la culla della Magna Grecia e della cultura con la scuola pitagorica, fondata da Pitagora a Crotone intorno al 530 a.C., dove si insegnava a tutto il mondo la matematica, l’astronomia, filosofia e la musica, nell’area dove attualmente sorge Milano e in gran parte della Padania c’erano solo pecore e buoi.

Successivamente, la Magna Grecia iniziò il suo declino e venne conquistata dai Romani nel III secolo a.C.: i territori assunsero la denominazione di “Brutium” e le cittè magnogreche persero il loro potere. Unica roccaforte della lingua e cultura greca rimaneva Reggio; città abitate dai Bruttii erano le colonie di Cosenza, Vibo Valentia, Locri, Crotone e Sibari. Le città e le colonie greco-romane hanno lasciato molti siti con importanti testimonianze visibili nei musei, nei parchi e nei siti archeologici.

Dal 554 d.C. e per oltre 500 anni ha rappresentato un pezzo di Oriente incastonato nell’Italia meridionale. Sotto il dominio bizantino la regione ha subito una “seconda grecizzazione” che ha lasciato profonde tracce. In Calabria sono presenti anche importanti tracce del “monachesimo”, testimoniati dalla Certosa di Serra San Bruno (1091 d.C), dal Convento di San Domenico a Soriano Calabro (1510 d.C.) e dal Santuario di San Francesco di Paola (1435 d.C.). Sono numerosissimi gli edifici storici, tra i quali le 2133 chiese, i 113 santuari e le 12 cattedrali che custodiscono opere di grande valore artistico, e gli 1.521 edifici di interesse architettonico, racchiusi in un periodo di tempo che va dal sec VI D.C. ai primi decenni del sec XX.

In Calabria la storia ci ha lasciato anche 142 castelli, 60 torri di avvistamento, 18 borghi e 4 borghi fortificati, 9 fra porte cittadine, mura e bastioni, e 29 fortificazioni trasformate in residenze, di epoche Bizantina (IX sec.), Normanna (XI sec.), Federiciana (XII sec.), Sveva (XIII sec.), Aragonese e Angioina (XIV sec.), (Fonti: Soprintendenza della Calabria; Università di Bari, Facoltà di Lettere e Filosofia). E ci ha lasciato anche siti di archeologia industriale tra cui le ferriere del polo siderurgico della Calabria di epoca borbonica (la Ferdinandea, la Fabbrica delle armi, il Monte Consolino, Monasterace Serra San Bruno Stilo, Bivongi, Mongiana e Pazzano), le industrie della bachicoltura di cui si hanno tracce a partire dal XIII secolo a Catanzaro, le miniere di epoca fino a greco-romana e gli impianti idraulici d’epoca borbonica.

La Calabria è stata anche la sede dell’Accademia Telesiana la più antica Accademia d’Italia ed una delle più antiche d’Europa. L’Accademia, fondata a Cosenza nel 1511 da Aulo Giano Parrasio, da cui prende il primo nome Accademia Parrasiana, fu dedicata agli studi scientifici, filosofici e letterari e rappresentava un polo mondiale di grande richiamo culturale per il mondo accademico dell’epoca con conferenze, dibattiti e tavole rotonde. Alla morte di Parrasio, nel 1534, fu riorganizzata e resa illustre dal filosofo Bernardino Telesio che la ribattezzò Accademia Telesiana.

Noi calabresi dovremmo imparare soffermarci ed emozionarci nel contemplare la paradisiaca bellezza dei nostri paesaggi e dovremmo conoscere le nostre origini, la nostra immensa cultura e i segni che la nostra storia infinita ci ha lasciato attraverso le testimonianze archeologiche e architettoniche, che insieme rappresentano una immensa risorsa da esibire orgogliosamente al mondo intero. Chiedo ai miei conterranei di scegliere, nel segreto dell’urna, rappresentanti politici, non importa di quale partito, che amino spudoratamente la nostra Terra e che siano in grado di valorizzare tutte le immense potenzialità che madre Natura e la storia ci hanno donato – il nostro Tesoro Calabria – per assicurare un futuro ai nostri figli, salvaguardando però il nostro mare, la nostra aria, i nostri fiumi e le nostre montagne.