GLI OBIETTIVI DEL CAMBIAMENTO

Innanzitutto la lotta incessante, determinata e concreta contro la ‘ndrangheta.

La ‘ndrangheta è la principale organizzazione criminale al mondo, che vanta un fatturato intorno ai 53 miliardi di euro annui, paragonabile alle più importanti multinazionali del Pianeta e superiore alle più importanti multinazionali italiane (Eni nel 2019 ha fatturato 55 miliardi). È presente in tutti e 5 i continenti ed è particolarmente attiva dal Canada all’Australia e nei paesi europei tradizionalmente meta dell’emigrazione calabrese: è ramificata in 30 nazioni con 400 cosche e 60 000 affiliati (Demoskopika 2014); solo in Calabria conta 166 cosche con almeno 4 000 affiliati (Corte d’appello di Catanzaro, 2019). Ha avuto origine da organizzazioni criminali attive nel reggino, dove risulta particolarmente radicata, e col tempo ha esteso i suoi tentacoli alle province di Crotone, Catanzaro, Cosenza e Vibo Valentia. La sua attività prevalente è il narcotraffico (24,2 miliardi di fatturato) e a seguire: condizionamento del voto elettorale, smaltimento illegale di rifiuti tossici e radioattivi (19,6 miliardi), estorsione e usura (2,9 miliardi), partecipazione in appalti (2,4 miliardi), gioco d’azzardo illegale (1,3 miliardi), traffico di armi, prostituzione, contraffazione di beni e traffico di esseri umani (1 miliardo).

Garantire ai calabresi i diritti negati.

Vogliamo restituire ai Calabresi i diritti negati attraverso un programma di governo essenziale ma realizzabile e sostenibile, mirato a perseguire obiettivi concreti in tempi certi. Il problema della Calabria non è stata la mancanza di programmi o di idee, ma cinquant’anni di regionalismo segnati da programmi fantasmagorici poco attinenti alle inclinazioni della nostra Terra, o da programmi magari efficaci, ma solo proclamati e mai attuati per incapacità amministrativa e politica.

La prima tappa per il futuro.

Il lavoro in Calabria è la priorità assoluta. Garantire questo diritto fondamentale significa aggredire le cause dell’arretratezza e del sottosviluppo della regione. Per questo il lavoro occuperà nel presente documento uno spazio predominante.

Nonostante i proclami fatti da tutte le forze politiche negli ultimi decenni, il lavoro resta in Calabria un diritto negato.

Come indicato da Eurostat, i dati della disoccupazione sono allarmanti. La Calabria occupa l’ultima posizione in Italia e risulta tra le cinque peggiori regioni d’Europa: negli ultimi tre anni in Calabria solo il 40,8% ha un lavoro, a fronte di una percentuale del 58% in Italia e del 67,6% in Europa. Drammatico è il dato relativo ai giovani tra i 18 ed i 24 anni, con un tasso d’occupazione al 36%, una vera piaga. Ancor più drammatico è il dato sull’occupazione femminile: solo il 30,2% delle donne calabresi tra i 15 ed i 64 anni risulta occupata.

In Calabria, l’elevata disoccupazione dovuta alla stagnazione economica ha incrementato il fenomeno dell’emigrazione di cervelli: i giovani laureati e diplomati abbandonano i luoghi dove si sono formati con enormi sforzi economici per le loro famiglie, per rispondere all’offerta di lavoro – dignitoso ed adeguato alle competenze acquisite in Calabria – nel resto d’Italia e d’Europa. Nel secolo scorso la Calabria ha esportato braccia da lavoro, oggi esporta cervelli eccelsi che primeggiano in ogni angolo del Pianeta.

Per ridurre drasticamente la disoccupazione e fermare così l’emorragia delle centinaia di migliaia di giovani che stanno lasciando la Calabria, occorre finalmente fare incrociare le immense ricchezze della regione con il suo straordinario capitale umano. La mia scommessa è quella di puntare sui giovani calabresi come base essenziale per costruire la Calabria del futuro. Dobbiamo mettere in campo un piano pluriennale per il lavoro finanziato con i fondi europei e nazionali e capace di generare sviluppo e occupazione puntando su Tesoro Calabria, quello scrigno mai aperto di potenzialità che se solo fossero difesi e valorizzati renderebbero ricca la Calabria e produrrebbero tanti posti di lavoro: il cibo, l’agricoltura, il paesaggio, l’arte, le risorse naturali, il patrimonio archeologico, i beni culturali, i centri storici, il turismo, la manutenzione del territorio, gli investimenti nelle infrastrutture che servono e il porto di Gioia Tauro. A condizioni però che si sviluppino in un contesto di salvaguardia degli ecosistemi naturali che costituiscono la principale risorsa della penisola calabra.

L’agricoltura, la pastorizia e il cibo – La straordinaria storia geologica della Calabria ha conferito ai nostri territori un tesoro di geodiversità e di biodiversità, che si traducono in una molteplicità – unica al mondo – di microclimi, di terreni e di acque. Queste condizioni sono ideali per lo sviluppo di colture tipiche e produzioni d’eccellenza, altrettanto variegate, che – a fronte di una distribuzione mondiale sempre più globalizzata e massificata – occupano nei mercati internazionali spazi sempre più di nicchia, diffusi ed apprezzati. Dobbiamo indirizzare massicci interventi di incentivazione ai prodotti di un territorio che ha una vocazione naturale alla produzione di vini pregiati, di oli di elevata qualità e varietà che vengono prodotti a basso costo in Calabria ma che vengono marchiati altrove con etichette di nicchia dove decuplicano il loro valore… e di altri prodotti di nicchia come il riso, i fichi, il bergamotto, il cedro, la cipolla rossa, gli agrumi e dei loro derivati come le conserve e i prodotti sott’olio. Ma anche degli eccellenti prodotti della nostra pastorizia e dei nostri allevamenti come i formaggi e latticini, le carni e i salumi. Incentivando le attività agro-pastorali oltre a rilanciare la nostra economia, si sottraggono porzioni di territorio all’abbandono, allo spopolamento al degrado e quindi al dissesto idrogeologico. Alla nostra cucina, così diversa da palmo a palmo della nostra regione alla pari del suo tesoro di biodiversità, che ha raggiunto punte d’eccellenza mondiali, come testimoniato dal New York Time, che di recente ha annoverato un noto ristorante del catanzarese tra i migliori 50 del mondo. Particolare riguardo dovrà essere rivolto anche alla pesca e ai prodotti derivati, che è una parte importante dell’economica delle aree costiere, salvaguardando adeguatamente le attività ittiche, troppo spesso mortificate da illogiche imposizioni europee.

Il turismo, balneare, montano, termale, storico-architettonico e archeologico. Dobbiamo affidare un settore vitale per la Calabria come il turismo.  alle iniziative di giovani imprenditori opportunamente istruiti e competenti, che devono essere resi consapevoli di dover fornire servizi di accoglienza e confort di soggiorno competitivi per qualità e costo. In Calabria non servono altre megastrutture alberghiere (ce ne sono già troppe) ma esercizi diffusi nei borghi e nei centri storici, in grado anche di recuperare situazioni di degrado urbano e ripopolare zone marginali. A questi imprenditori dovranno essere affiancate le tante energie, soprattutto giovani, altamente specializzate che vengono formate dalle nostre università e dai nostri istituti scolastici.

Certo, dobbiamo agire in profondità a livello ambientale per difendere a spada tratta la cristallinità del nostro mare con i suoi 800 km di costa e il nostro territorio, che sono la fonte della ricchezza e della bellezza della nostra Calabria.

L’industria. Questo argomento merita una riflessione a sé. Dopo decennali fallimenti dovuti all’innesto artificiale di forme produttive innaturali (si pensi al polo siderurgico) e quindi antieconomiche, si sono sviluppati insediamenti industriali legati all’alta tecnologia e alla valorizzazione delle risorse umane, che resistono nonostante le difficoltà dovute alla scarsa dotazione di infrastrutture, materiali ed immateriali, che il governo regionale non è stato in grado di adeguare.

A titolo di esempio, nel settore metalmeccanico: a Reggio Calabria ha sede la fabbrica dell’Hitachi Rail Italy, all’avanguardia nella costruzione di treni regionali e metropolitane esportate in diversi Paesi, dove lavorano 500 addetti diretti e non mancano anche attività indotte; a Vibo Valentia è in esercizio uno stabilimento della multinazionale Usa General Electric e della sua divisione Oil&Gas Nuovo Pignone che produce pezzi per l’industria energetica; a Orsomarso (CS) è in attività la FB Engineeering che opera nel comparto della costruzione di turbocompressori di rotazione con il marchio FB Parts. Nel settore dell’industria informatica, a Rende è collocato un polo importante della NTT DATA multinazionale giapponese che opera nel campo dell’innovazione tecnologica, top player nella consulenza e servizi IT con più di 100.000 professionisti in oltre 50 paesi. Nel settore manifatturiero, a San Marco Argentano (CS) opera la Ca.dis specializzata nella produzione di contenitori e rotoli di alluminio e proprietaria del marchi Alupack. Nel settore agroalimentare sono attive numerose  aziende di rilievo nazionale, tra cui, per brevità, ricordiamo la Tonno Callipo (350 addetti) e la Liquirizia Amarelli.

Il nuovo governo regionale, anziché programmare e finanziare nuovi sterili insediamenti produttivi, dovrà assecondare le esigenze degli esempi virtuosi delle attività esistenti, potenziando la rete infrastrutturale e favorendo la crescita dell’indotto con l’utilizzo delle tecnologie d’avanguardia ed innovative che si sviluppano negli Atenei nostrani e dei giovani tecnici e laureati calabresi.

Il patrimonio culturale. Dobbiamo potenziare decisamente le attività culturali che – se opportunamente organizzate – possono rappresentare un settore lavorativo fondamentale per molti giovani studiosi della storia più antica (italica, greca e romana), in grado di valorizzare le risorse archeologiche, urbanistiche e architettoniche di cui abbonda il nostro territorio nei simboli di un nuovo immaginario, che potrà diventare il simbolo della rinascita ed il riscatto che passa attraverso il lavoro concepito come volano di dignità.

Rivolgeremo grande attenzione alla tutela delle minoranze linguistiche e della loro ricchissima e variegata cultura.

La libertà di curarsi in Calabria

Il nostro impegno sarà totale per dare finalmente concretezza al diritto alla salute che in Calabria è storicamente negato e da anni sottratto alle competenze del Governo Regionale e demandato commissari che malgrado i “pieni poteri” non hanno ottenuto risultati apprezzabili. Questo nonostante l’istituzione dell’articolo V, che permetteva a chi aveva il potere, di fare della buona sanità.

La sanità si deve interessare delle necessità dei pazienti che obiettivamente vivono in un territorio che ha anche delle caratteristiche geografiche particolari.

Per anni si sono costruiti ospedali, quasi uno in ogni paese, esistevano 31 USL e almeno 31 ospedali, ma sono molti di più, fotocopia l’uno dell’altro, ma la migrazione sanitaria invece di diminuire è aumentata, ciò significa che son ospedali inutili, ospedali politici e politicizzati.

Non servono tanti ospedali, che si riducano o che chiudano, ma quelli che rimangono aperti devono essere ospedali che funzionano che garantiscano il diritto alla salute.

La mancata tutela del diritto alla salute, genera servizi sanitari e ospedalieri di bassa qualità e, di conseguenza, una nuova emigrazione di decine di migliaia di cittadini, che cercano altrove le cure di cui avrebbero diritto di ricevere nella nostra regione, nonché un enorme flusso di denaro dalla Calabria verso le regioni del Nord Italia. La Calabria spende circa 300 milioni di euro all’anno per fronteggiare l’emigrazione sanitaria. Questo significa che negli ultimi 10 anni abbiamo trasferito circa 3 miliardi di euro alle regioni del centro e del nord, sottraendoli al fondo sanitario regionale. Un fiume di denaro che sarebbe stato sufficiente a far funzionare almeno 10 ospedali in modo eccelso.

Vogliamo rompere questa realtà perversa che affligge la sanità calabrese, questo bubbone endemico alimentato intenzionalmente dai nuclei di potere del sistema marcio della casta calabrese. Vogliamo distruggere quei nefasti legami che legano certi direttori generali e dirigenti, certi primari dalle discutibili capacità professionali ma di grande furbizia politica, diventati burattini nelle mani di apparati politici consolidatisi nel corso dei decenni. Apparati politici che hanno attinto a piene mani dall’enorme bacino elettorale creato grazie rete di interessi messa in piedi, della quale hanno beneficiato anche certi fornitori di beni e di servizi costati alle finanze statali molto di più rispetto ai costi effettivi; certi proprietari di fatiscenti cliniche e centri di assistenza assai contigui alla politica o ad attività imprenditoriali condotte con un approccio che con l’etica ha ben poco a vedere.

Diritto alla salute significa anche solidarietà rivolta ai soggetti svantaggiati economicamente e ai disabili, spesso trascurati e discriminati a causa di una subcultura che li ha considerati a lungo “castigati da Dio”. Nella nostra azione di governo rivolgeremo l’impegno verso le persone con disabilità, che io amo definire “diversamente normali”, e ai familiari che si prendono cura di loro, definiti con il termine anglosassone ”Caregiver” che oggi versano nel più totale abbandono istituzionale e civile. Rivolgerò l’attenzione e il mio cuore alle persone affette da autismo, alle persone anziane affette dal morbo di Parkinson (come mia madre che ora non c’è più), da Alzeimer e da altre patologie, da malattie croniche, da sordità e cecità, da disabilità intellettive e difficoltà di apprendimento, da malattie psichiche, da disabilità fisiche e da altri tipi di disabilità.

Rivolgeremo la nostra attenzione anche a chi versa in condizione economiche e sociali difficile per non dire disperate per le quali dovranno essere destinate aiuti concreti attraverso adeguate politiche di welfare.

Liberi di vivere in una Terra sicura.

Per i Calabresi pretendere che si governi il territorio adottando le misure minime di prevenzione e salvaguardia delle persone, è un Diritto alla Sicurezza per troppo tempo trascurato e sottovalutato.

La Calabria è una delle aree maggiormente esposte ai rischi naturali del nostro pianeta. Terremoti, frane e inondazioni colpiscono con terribile continuità le diverse parti della regione, provocando vittime e danni, limitandone le potenzialità di sviluppo: 200.000 sono state le vittime negli ultimi 250 anni, con pesanti conseguenze sul suo mancato sviluppo socio-economico, frenato al punto da rappresentare una delle principali cause d’emigrazione e di spopolamento. I rischi sono determinati dalla particolare storia geologica della regione — ampiamente nota alla comunità scientifica internazionale per la sua complessità – che ha reso i terreni estremamente fragili e, pertanto, predisposti al dissesto idrogeologico e al rischio sismico, due gravi problemi con cui mi misuro da sempre, come studioso, come professionista e come amministratore.

I rischi naturali in Calabria non sono stati mai fronteggiati in modo complessivo ed organico attraverso attività di prevenzione, bensì in condizioni di perenne emergenza e quindi esclusivamente con attività di protezione civile: di là della continua attività emergenziale condotta senza soluzione di continuità dalla protezione civile regionale soprattutto negli ultimi anni, gli altri Enti che invece dovevano provvedere alla prevenzione, sono responsabili di una attività di difesa del suolo e di prevenzione del rischio sismico assolutamente insufficiente a causa di ritardi biblici nella realizzazione degli interventi e di una manifesta incapacità di pianificare a breve e lungo termine una sistemazione globale, organica e programmatica di frane e corsi d’acqua e di diminuire la vulnerabilità sismica degli edifici pubblici e privati. Un’inefficienza che si è tradotta spesso in conseguenze devastanti, con perdite di vite umane e danni ingenti ad importanti risorse produttive e al patrimonio storico-archeologici. I rischi “naturali” in Calabria sono aggravati da cause indotte dalla mano dell’Uomo, quali:

  • 142.000 edifici abusivi censiti in Calabria dall’Agenzia delle Entrate (1 calabrese su 4 vive in una casa abusiva), realizzati senza alcun progetto e senza alcun criterio antisismico spesso in aree a rischio idrogeologico. L’abusivismo è stato consentito dalla mancanza di controlli efficienti e da una normativa non adeguata, spesso utilizzata in modo improprio che ha finito per avallare gli abusi.
  • lo spopolamento dei centri montani indotto da frane e alluvioni che hanno danneggiato molti abitati e interrotto strade, costringendo interi nuclei familiari a trasferirsi verso valle in centri di pianura. Lo spopolamento ha pesanti riflessi sul presidio del territorio, un tempo assicurato da pratiche agricole con la costruzione di fossi di scolo e di muri a secco che riducevano sensibilmente il rischio idrogeologico. Il presidio del territorio garantiva anche stabilità e durevolezza agli interventi di difesa idraulica, realizzati nel pieno rispetto della natura dei luoghi.
  • gli incendi boschivi, quasi sempre d’origine dolosa e di matrice mafiosa, i quali con la perdita della copertura vegetale, determinano l’insorgere di fenomeni franosi e alluvionali.

Lo strumento che avrebbe potuto efficacemente ridurre il rischio idrogeologico è il Piano stralcio di Assetto Idrogeologico (PAI), redatto dall’Autorità di Bacino della Regione Calabria (ABR) ed entrato in vigore nel 2001, che delimita le aree a rischio idrogeologico su cui l’edificabilità può essere interdetta o limitata. Il PAI è risultato poco efficace in quanto, rispetto a quanto riportato nelle sue norme tecniche d’attuazione, è stato in gran parte disatteso nelle sue finalità: non sono mai stati redatti i piani organici, previsti con cadenza triennale, degli interventi complessivi di messa in sicurezza, mentre dal 2001 non risultano gli aggiornamenti delle aree a rischio-frana previsti con cadenza quinquennale. Nel 2017 gli Uffici dell’ABR sono stati addirittura chiusi (!!!!) per confluire nell’unica Autorità di Distretto; il tutto senza alcuna opposizione da parte del governo regionale.

Ad acuire ancora di più il dissesto idrogeologico, si aggiunge la mancata pulizia e manutenzione da oltre 40 anni dei corsi d’acqua, che portato al sovralluvionamento dei corsi d’acqua e all’indebolimento di molti argini fluviali, con conseguente esposizione delle aree circostanti al rischio di esondazione. Gli enti regionali preposti alla gestione del rischio idrogeologico hanno sempre operato per compartimenti stagni, senza interagire tra loro, con il risultato che spesso l’analisi delle cause e lo studio di uno stesso fenomeno calamitoso – anziché essere affrontato con approccio interdisciplinare – è stato svolto contemporaneamente da più soggetti istituzionali che, oltre a non conseguire risultati tangibili ed attesi hanno portato a soluzioni spesso non risolutive, se non inconcludenti, ed hanno avuto come unica conseguenza inutili sperperi di risorse pubbliche.

Riguardo al tema della forestazione, un altro problema annoso che affligge la nostra Regione, è quello dei dipendenti di Calabria Verde, che attualmente operano in condizioni di improvvisazione pressoché totale, con attività casuale, irrazionale e non programmata. L’azienda “Calabria Verde” – istituita con la legge regionale n.25/2013, per assorbire il personale e le funzioni dell’Azienda Forestale Regionale (A.Fo.R) e le Comunità Montane – come è sotto gli occhi di tutti non riesce a svolgere con successo le attività affidategli dalla carta costitutiva:

  • prevenire e spegnere gli incendi boschivi:
  • prevenire e al risanare i fenomeni di dissesto idrogeologico, in coordinamento con l’Autorità di Bacino;
  • programmare ed attuare le attività di servizio di monitoraggio e sorveglianza idraulica della rete idrografica calabrese, da svolgersi a tempo pieno, con l’ausilio dei sorveglianti idraulici;
  • favorire la coerenza tra le politiche di tutela della proprie risorse forestali e la loro valorizzazione economica;
  • attuare le attività di sviluppo della montagna, in accordo con i Parchi nazionali e le aziende agricole e forestali;
  • improntare la propria gestione anche in senso produttivo, attraverso la valorizzazione industriale ed energetica della filiera foresta-legno, con pratiche improntate alla gestione forestale ecocompatibile.

L’attuale stato del patrimonio forestale, nonché il continuo verificarsi di frane ed alluvioni, dimostra che l’azienda Calabria Verde, pur avendo a disposizione notevoli risorse umane e maestranze distribuite sul territorio, non è stata in grado di dotarsi dei mezzi d’opera e delle progettualità necessarie, non solo per affiancare I Vigili del Fuoco nella lotta alla piaga degli incendi boschivi, ma neppure per svolgere alcuna delle importantissime attività di tutela e valorizzazione ambientale ad essa affidata.

Concentreremo l’attenzione anche sugli incendi boschivi, altro problema annoso negli ultimi anni sta martoriando la Calabria, distruggendo ampie porzioni del nostro patrimonio boschivo e incrementando esponenzialmente il dissesto idrogeologico dei nostri territori. Quando ero alla guida della protezione civile regionale ho affrontato in prima persona ed ho conosciuto profondamente le cause e gli effetti questo problema legato non solo all’azione di incendiari e piromani ma anche – come ho denunciato più volte non solo pubblicamente ma anche alle procure calabresi – della mafia dei boschi, la quale agisce in modo organizzato e strategico a colpi di incendi dolosi. In Calabria lo spegnimento degli incendi boschivi degli incendi è assegnata, da una legge regionale, al personale di Calabria Verde, che ha dimostrato in molte occasioni di essere non adeguato – per consistenza e grado di specializzazione dell’organico – a fronteggiare gli incendi di vaste proporzioni che affliggono un territorio orograficamente complesso come quello calabrese, in cui la raggiungibilità di molte aree appare molto difficoltosa con i mezzi di terra.

Liberi di vivere in un ambiente sano.

Altro problema atavico della Calabria su cui concentreremo la massima attenzione, è quello del mare sporco: ampi tratti di mare delle coste calabresi risultano da decenni fortemente inquinati a causa di canali, fiumi e torrenti che continuano a riversare in mare scarichi non adeguatamente depurati. Il mare sporco è un problema drammatico e (apparentemente) irrisolvibile per il nostro turismo, essendo fortemente percepito dai turisti, ed è anche evidenziato, senza tema di smentita, dai monitoraggi effettuati dai tecnici di Goletta Verde di Legambiente. Il problema è di natura strutturale, oltre che estremamente complesso, ed è determinato da molteplici cause che dipendono da fattori locali:

  • sversamento nei fiumi di fogne con allacci abusivi da parte di edifici o di interi condomini,
  • mancata manutenzione il mancato controllo dei depuratori comunali,
  • sottodimensionamento di molti depuratori, progettati originariamente per i residenti, ma che in estate devono sopportare i reflui fognari di un numero di persone nettamente superiore rispetto alla popolazione residente,
  • fatiscenza degli impianti di depurazione fatiscenti, cattiva progettazione o realizzazione,
  • assenza di depuratori (!) in molti comuni che scaricano illecitamente i reflui fognari nelle acque bianche,
  • presenza di ditte scaricano illegalmente le cisterne degli autospurghi nei fiumi.

È bene comunque precisare che esistono anche depuratori che funzionano perfettamente in comuni i cui primi cittadini non hanno responsabilità sulla balneabilità del mare poiché le fonti di inquinamento derivano da comuni limitrofi che non hanno sistemi di depurazione efficienti.

Anche per quanto riguarda le condizioni di inquinamento terrestre, derivante dallo smaltimento di Rifiuti Solidi Urbani (RSU), permangono su tutto il territorio situazione d’emergenza, con riflessi molto negativi sulla salute pubblica, che, sistematicamente denunciate dai cittadini, non trovano soluzioni. I RSU rappresentano una vera e propria piaga per il nostro territorio i cui effetti sono tangibili in molti comuni, letteralmente sommersi da cumuli maleodoranti di spazzatura responsabile di un inconcepibile degrado anche di note località di interesse turistico in piena stagione estiva. La causa di tali criticità sono da ricercare nel fatto che il sistema di smaltimento dei rifiuti indifferenziati è spesso nelle mani di organizzazioni criminali le quali, per questo motivo, intervengono con varie modalità per scoraggiare le buone pratiche dettate dalla raccolta differenziata. Si deve rilevare che, dopo oltre sedici anni di commissariamento del settore rifiuti, e dopo il continuo ricorso ad ordinanze “contingibili ed urgenti” con conseguente enorme impegno di soldi pubblici, in Calabria permane una forte dipendenza del sistema di smaltimento da discariche gestite da soggetti privati; tali impianti, peraltro strapieni, sono ormai fonte di inquinamento di ogni tipo. La realizzazione delle discariche di servizio programmate incontra ostacoli e rallentamenti per carenze nell’individuazione dei siti sia a livello progettuale che amministrativo. Io sono decisamente contrario alle discariche e sono convintissimo che il problema dei RSU si possa risolvere efficacemente puntando decisamente sul “ciclo chiuso dei rifiuti”, cioè sul riciclo del 100% dei RSU.

A tal proposito duole constatare come sistema di raccolta differenziata in Calabria – sa causa delle interferenza della criminalità organizzata – abbia raggiunto appena il 40%. A ciò si aggiunge il fatto che anche il sistema di smistamento dei materiali differenziati è molto carente in quanto la Calabria non possiede impianti idonei a recepire e smaltire gli scarti di lavorazione delle attività di riciclo che devono essere inviati fuori regione, con costi elevatissimi per le casse regionali e con grandi vantaggi economici per le regioni riceventi (!).

Altro problema drammatico, che affligge da decenni la nostra terra mietendo molte vittime a causa di tumori e di altre malattie legate a fattori inquinanti, è la mancata bonifica dei siti inquinati. A titolo di esempio si richiamano, tra le tante, alcune situazioni di forte degrado ambientale che ritengo emblematiche, riguardo alle quali vogliamo investire grandi risorse: le aree industriali dismesse come, a titolo d’esempio, la Pertusola di Crotone, la Marlane di Praia a Mare, la Legnochimica di Rende, le aree di smaltimento delle “ferriti di zinco” di alcuni impianti produttivi dismessi lungo la costa e l’entroterra ionico cosentino e crotonese; le discariche abbandonate, come quella del Comune di Casignana nella locride, dove, a causa di una frana avvenuta nel 2015, ha ceduto un argine della vasca di contenimento dal quale continua a fuoriuscire  percolato fortemente inquinante; i siti inquinati per attività di smaltimento illecito come il Torrente Oliva ad Aiello Calabro.

Tra le attività previste che intendiamo portare avanti anche la protezione degli animali, investendo tra l’altro risorse per risolvere il gravoso problema del randagismo, divenuto, specialmente nelle periferie urbane, un problema emergente, che non può essere sottovalutato – non solo per motivi di ordine e sicurezza sanitaria pubblica – ma anche per garantire condizioni di protezione e sopravvivenza agli animali, i nostri “migliori amici”. Le vigenti normative (legge n.281/1991 e legge regionale n.4/2000) demandano ai Servizi Veterinari dell’ASP le competenze, tra l’altro, per l’attuazione Decreto del Commissario ad Acta n.32/2015, che precisa “le strutture deputate alla cura e alla custodia degli animali randagi sono: i Canili Sanitari, i Canili Rifugio e le Oasi Canine”. Tuttavia sono pienamente consapevole che il decreto allo stato attuale resta inattuato, come evidenziano le denunce reiterate dalle principali associazioni di protezione degli animali, e che il problema dovrà essere affrontato in maniera molto più incisiva, con impiego di adeguate risorse e coinvolgendo nella programmazione e nella decisioni esecutive i rappresentanti delle associazioni, anche per eliminare soluzioni inadatte che spesso sono veri e propri “Lager”, in cui gli animali vengono tenuti reclusi in condizioni di tortura fisica e psicologica.

Liberi di muoversi in sicurezza.

Il diritto alla mobilità è assicurato poco e male ai Calabresi. In un territorio caratterizzato da elevati rischi naturali, con una orografia molto articolata, e da una posizione geografica marginale rispetto all’Europa continentale, vogliamo assumere come prioritario il diritto alla mobilità per tutti i cittadini – sia che risiedano nelle aree urbane e sia nelle contrade più periferiche – su standard qualitativi e quantitativi dignitosamente paragonabili a quelli del resto della Nazione.

Ai Calabresi spostarsi costa di più, in termini economici e qualitativi: arrivare da una città calabrese a Roma costa il doppio che arrivarvi da Milano o dal Veneto. I tempi di percorrenza lungo la tratta ferroviaria jonica sono fino a 3 volte superiori rispetto alle tratte presenti in pianura padana: qui circolano treni con la stessa tecnologia di 80 anni fa (!).

Il sistema attuale è caotico e insufficiente, a causa di due grandi problemi: 1) la sovrapposizione tra servizi pubblici e privati regolata da una legge regionale vecchia e ormai obsoleta, ma mai modificata per continuare a tutelare determinati interessi di casta, 2) l’insufficienza dei trasporti su ferro e la mancanza di collegamenti tra gli aeroporti e il resto del territorio. A questo dobbiamo aggiungere lo sfruttamento finora minimo delle idrovie: lacuna gravissima per una penisola di ottocento chilometri di coste.

Il miglioramento dei livelli e della qualità dei servizi di trasporto, pubblico e privato,  per le persone e le merci, rappresenta un fattore importante per ridurre il differenziale tra le diverse zone del territorio e favorirne l’integrazione sociale, culturale e territoriale.

Intendiamo porre grande attenzione al problema della sicurezza stradale, collegato alla carenze strutturali di strade ad intensa percorrenza, rimaste in molte zone alle condizioni standard degli anni ’60, quindi con scarsissime condizioni di sicurezza rispetto agli attuali flussi di traffico, all’incremento del trasporto pesante ed alle attuali velocità medie di percorrenza nei tratti extraurbani. Di particolare drammaticità è la situazione della SS106, famigerata e tristemente nota “strada della morte” che nonostante sia di proprietà dello Stato e gestita dall’ANAS, non può esimere la  Regione dall’interloquire con il Governo per concordare – e se il caso “imporre” – un piano di investimenti che ne risolva le criticità. Attualmente sulla SS106 circola un numero di automezzi nettamente superiore alle sue potenzialità e che spesso supera quello della autostrada A2, con i drammatici riflessi che tutti conosciamo.

La libertà di essere colti e competenti.

La rinascita di un territorio non può prescindere dall’incremento del livello dell’istruzione e culturale dei suoi abitanti, che può essere garantito solo attraverso l’effettivo e diffuso esercizio del Diritto allo Studio.

Nonostante in Calabria viga dal 1985 la legge regionale n.27/1985 ”Norme per l’attuazione del diritto allo studio”, finalizzata al miglioramento ed innalzamento dell’offerta formativa delle istituzioni scolastiche calabresi, i più recenti dati statistici nazionali sulla scolarizzazione, i livelli d’istruzione e la capacità d’inserimento dei giovani diplomati e laureati nelle filiere produttive, mostrano che l’azione dei governi regionali, negli ultimi trenta anni, è stata del tutto inefficace, se non devastante ed ha portato a vistose contraddizioni del sistema scolastico calabrese:

  • la presenza di un alta percentuale di laureati rispetto alla popolazione residente è controbilanciata da un livello di scolarizzazione tra i più bassi d’Italia, con elevati livelli di abbandono scolastico dopo la scuola dell’obbligo;
  • l’emigrazione intellettuale di diplomati e laureati è in continua crescita, anche per l’incapacità di legare l’offerta formativa alle esigenze di sviluppo del territorio;
  • alla costante crescita dei livelli delle attività di ricerca scientifica negli atenei calabresi non corrisponde un effettiva ricaduta dell’innovazione tecnologica, diretta o indiretta, sulla Regione o sulle imprese operanti sul territorio.

Tali contraddizioni sono incrementate da condizioni strutturali inadeguate e spesso ai limiti della sicurezza fisica, che non incoraggiano l’inclusione scolastica e la partecipazione.

È indispensabile invertire tale situazione che di fatto finisce per mortificare, o addirittura negare, un diritto che condanna una comunità alla marginalità intellettuale e non solo.

La libertà di intraprendere.

Un nuovo modello di sviluppo della Calabria si fonda necessariamente sull’affermazione  della libertà di intraprendere che deve essere garantita e assicurata a tutti cittadini.

Oggi, purtroppo, in molte zone della regione non è così per l’accanita, tracotante e violenta presenza della ‘ndrangheta che controlla il territorio e soffoca con la forza ed il sopruso le attività economiche e produttive che non si piegano  al suo dominio e alla sua prepotenza.

Se non si contrasta efficacemente la ‘ndrangheta, in tutte le sue articolazioni, ci sarà sempre un ostacolo insormontabile sulla strada dello sviluppo e della crescita della Calabria.

La lotta contro la ‘ndrangheta e contro le sue manifestazioni (estorsioni, racket, pizzo, caporalato, controllo del territorio, attentati, intimidazioni e minacce, ecc.) rappresenta, dunque, un imperativo categorico affinchè si possa parlare in Calabria di diritto ad intraprendere e di piena  libertà ad esercitare le attività economiche, commerciali e amministrative.

La libertà di bere.

L’acqua è un bene pubblico primario, come l’aria, e la legge impone che la Regione faccia in modo che la gestione del servizio idrico integrato sia affidato ad un soggetto interamente pubblico e non – come avviene attualmente – alla Sorical SpA, che è una società mista pubblico/privata, classico baraccone politico servito, ra varie cose, per sistemare molti “figli di papà”.

Le peculiarità geologiche, idrogeologiche e climatiche hanno resa la Calabria una delle Regioni italiana più ricche di risorse idriche. Le nostre montagne, le nostre colline, le nostre pianure traboccano di acque fresche e di ottima qualità.

Ma la generosità della natura non è stata sufficiente, nel  corso degli anni, ad impedire che il bene “Acqua” si trasformasse da risorsa in una delle più gravi criticità per l’intero territorio Calabrese: per incompetenza e sciatteria della nostra classe dirigente, questo immenso tesoro rimane spesso inespresso e quindi non utilizzato a beneficio dei cittadini, spesso costretti a convivere con rubinetti a secco o con turni di approvvigionamento idrico da terzo mondo. Il sistema acquedottistico è carente, in molte parti ridotto a un colabrodo e, nonostante l’enorme quantità di denaro pubblico che negli anni è stato impegnato, ancora oggi, vi sono aree urbane servite a singhiozzi. Il problema è certamente di tipo strutturale: bisognerebbe capire come sono stati realizzati gli acquedotti e le opere di captazione delle acque, e perché dopo ogni temporale si verificano frane e alluvioni sui principali acquedotti regionali che ne bloccano l’erogazione, ma anche perché programmi che prevedono l’immissione nelle reti acquedottistiche di acque potabilizzate delle tantissime sorgenti che abbondano in Calabria, subiscono fermi e ritardi burocratici del tutto ingiustificabili.

Non si può tuttavia ignorare che un sistema di primaria importanza per la qualità di vita e lo sviluppo economico-sociale della Regione, come le risorse idriche, è governato in Calabria da organismi che non riescono ad affrontare i problemi di ordine burocratico e rallentano ogni decisione di carattere politico.

Dopo che con la legge regionale n.34/2010 è stato costituito l’Ambito Territoriale Ottimale (ATO, che è un territorio su cui sono organizzati servizi pubblici integrati, come quello idrico o quello dei rifiuti) comprendente tutto il territorio regionale, solo dopo 7 anni, con la legge regionale n.18/2017, è stata riconosciuta ed istituita l’Autorità Idrica della Calabria (AIC), cui sono demandate le funzioni di programmazione, organizzazione e controllo sull’attività di gestione del servizio idrico integrato.

Ma il compito più importante che deve affrontare l’AIC è quello di individuare il soggetto gestore interamente pubblico, cioè il suo braccio operativo che deve distribuire l’acqua nei vari comuni, che non può essere più la Sorical società mista pubblico/privata.

In mio impegno prioritario sarà quello di rendere interamente pubblica la gestione del sistema idrico.