Non sto più nella pelle per l’arresto boss Pelle. La Calabria per decollare deve liberarsi di questa gentaglia

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Pare che il terribile Covid almeno un unico effetto positivo lo abbia prodotto: l’arresto di ‘Ciccio Pakistan’, al secolo Francesco Pelle, andatosi a curare proprio dal Coronavirus in una clinica di Lisbona durante il periodo in cui si era dato alla macchia in terra lusitana. Una delle migliori notizie degli ultimi tempi, mi sento quindi subito di commentare. E non solo per la Calabria bensì per l’Italia e forse il mondo intero. Stiamo infatti parlando di quello che gli organi di stampa hanno senza mezzi termini definito un superlatitante malgrado la relativamente giovane età e soprattutto la condizione di persona priva dell’uso delle gambe in seguito a un ferimento riportato alla schiena durante un non pienamente riuscito attentato subìto. Un boss tanto efferato quanto potente, che richiama alla mente una delle guerre di ‘ndrangheta fra le più lunghe e sanguinarie della storia di Cosa Nostra calabrese in stile Il Padrino. Mi riferisco, come ovvio, alla faida di San Luca, pretestuosamente iniziata un Carnevale di circa 30 anni fa per uno scherzo ritenuto troppo offensivo: un lancio di uova, interpretato come uno sgarro o uno sberleffo nell’arcaico e tribale codice mafioso, da cui era partito tutto ovvero un’incontrollata escalation criminale sfociata nell’omicidio della giovane Maria Strangio, uccisa in un agguato teso al marito il giorno di Natale del 2006, e nella successiva strage di Duisburg di Ferragosto ossia otto mesi dopo. Un episodio così drammatico e cruento, con tante vittime mietute in mezzo alla strada, da destare scalpore a livello planetario. Ecco dunque che emerge lo spessore criminale di un soggetto il quale, neppure ancora 45enne, ha già sulle spalle una condanna definitiva all’ergastolo per associazione a delinquere di stampo mafioso e omicidio. Pena estrema che aveva eluso dopo essersi dato alla fuga, malgrado la condizione di grande invalidità da cui è afflitto, mentre era gravato dall’obbligo di dimora a Milano. Adesso, però, non è più uccel di bosco grazie a una brillante operazione coordinata dalla Procura di Reggio e dal suo capo Giovanni Bombardieri che in riva allo Stretto sta conducendo una battaglia coraggiosa e nobile come quella portata avanti a Catanzaro, e per competenza in materia di ‘ndrangheta nel resto della regione a eccezione proprio della provincia reggina, da un magistrato del calibro di Nicola Gratteri. Si tratta di due servitori dello Stato uniti, insieme ad altri loro colleghi di alto profilo, nello sforzo immane di disarticolare la temibile Piovra calabrese a cui, nei limiti del suo ruolo, Tesoro Calabria, e io in sua rappresentanza, starà sempre a fianco, strenuamente a difesa della legalità e dell’onestà